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Volumi legati assieme

Ogni tanto qualcuno si trova in imbarazzo davanti al caso copie di pubblicazioni in più volumi che hanno alcuni volumi legati assieme, anche se separati nella pubblicazione originali, ad esempio una pubblicazione in dodici volumi che sono stati rilegati tre a tre.

Va detto innanzitutto che questa è una particolarità della copia, e quindi non può avere effetto sulla descrizione bibliografica, neppure se sulla legatura comparissero dei titoli o se fossero stati eliminati i frontespizi della pubblicazione originale.

Bisogna quindi creare o catturare la descrizione dell’opera nella sua configurazione originale.

Passando al trattamento della copia, una soluzione interessante sarebbe quella di inventariare non i volumi originari, ma quelli fisicamente presenti in biblioteca, cioè quelli derivanti dalla rilegatura, indicando nelle note all’inventario che cosa contiene quel volume (ad esempio: Contiene i vol. 1, 2 e 3 legati assieme).

Di per sé sarebbe una cosa ragionevole (anche perché difficilmente questa legatura verrà smontata per ripristinare i volumi originari, nel qual caso comunque si potrebbero sempre modificare gli inventari) ma, almeno nel contesto attuale, secondo me produce alcuni inconvenienti pratici: infatti se si lega l’inventario ad una parte dei volumi presenti in descrizione (ad esempio, se avessimo 12 volumi legati tre a tre si potrebbe legare l’inventario ai volumi 1, 4, 7 e 10) questo darebbe l’impressione che la biblioteca possieda solo quei volumi, perché per capire che non è così bisognerebbe leggere accuratamente le note all’inventario; se si legano tutti gli inventari al livello superiore, bisogna ugualmente che l’utente, per capire che cos’ha la biblioteca, esamini il reticolo con una cura che non sempre si può presupporre (anzi, di solito bisogna presupporre che non ci sia).

A me sembrerebbe quindi più consigliabile inventariare i volumi originari, indicando in nota a ciascuno a che cosa è legato (per il primo: legato coi v. 2 e 3; per il secondo: legato coi v. 1 e 3; per il nono: legato coi volumi 7 e 8), anche se è un lavoro un po’ noioso.

Questa soluzione permetterebbe, dal punto di vista puramente tecnico, di registrare separatamente prestiti diversi per singoli volumi legati assieme, visto che questi corrispondono ad inventari indipendenti! In pratica però è improbabile che succeda una cosa del genere, anche se coi bibliotecari non si può mai dire, perché se viene registrato il prestito di un volume l’utente preleva necessariamente tutti quelli legati assieme, e quindi anche gli altri non sono più in biblioteca.

Nulla di particolare per quanto riguarda la collocazione, se non il fatto ovvio che i singoli volumi legati insieme non possono essere messi in posti diversi! Di conseguenza non ha molto senso assegnare loro collocazioni autonome, anche se continue, ed è meglio una collocazione a livelli.

Note all’inventario

Viene qui descritta la configurazione dei tipi di note all’inventario, che sono molto importanti per chi fa descrizioni approfondite degli esemplari (per lo più nel libro antico, ma si può benissimo fare anche col moderno).

Anche chi non ha ancora utilizzato questa funzionalità può aver notato che nella schermata in cui si inseriscono i dati di inventario (consistenza, valore, tipo fruizione ecc.) oltre al solito campo Precisazione del volume c’è una icona contraddistinta dalla scritta Note.

Questa icona permette di inserire un numero a piacere di note codificate in modo da distinguerne il tipo.

Il tradizionale campo Precisazioni andrebbe quindi usato solo quando non ci sono note applicabili, e probabilmente anche per questo ha una lunghezza ridotta che non permette di inserire informazioni molto approfondite.

L’elenco dei tipi di note previsti non è standardizzato ma è di polo.

Lo abbiamo definito anche grazie ai suggerimenti di una catalogatrice, e il risultato si può vedere sia dalla procedura di inventariazione sia sotto Amministrazione del sistema -> Gestione codici, tabella CNOT Note all’inventario, ed è riportato di seguito:

  • AA Copia autografa (316)
  • CO Descrizione dello stato di conservazione (316, 141$d, 141$f)
  • DA Dedica dell’autore (316)
  • DC Note sul corpo del documento (317, 141$e)
  • DL Note sulla legatura (316, 141$b)
  • IF Infestazioni (parassiti) (316)
  • IM Illustrazioni manoscritte in tutto o in parte (es. colorate a mano nell’esemplare) (316)
  • IN Infezioni (muffe) (316)
  • LC Legato con (482)
  • NO Parti non originali diverse dalla legatura (es. etichette, carte ecc.) (316)
  • NP Note di possesso/provenienza (317)
  • PC Precedente collocazione (316)
  • TP Postille e altre aggiunte manoscritte (316)

Il significato dei codici dovrebbe essere immediatamente chiaro; il numero tra parentesi dopo la descrizione è il campo Unimarc che corrisponde, almeno approssimativamente a quel dato; serve come riferimento ad uno standard, non vuol dire che siamo obbligati ad inserire tutto come previsto dall’Unimarc (specialmente per quanto riguarda il campo 141 che contiene solo dei codici e non un testo discorsivo) né che il programma esporti il testo di quelle note nei campi indicati qui, perché tale configurazione non è prevista.

Trattandosi di note all’inventario, esse sono di biblioteca e sempre legate ad un esemplare, ma poiché possono contenere informazioni utili a tutti raccomando di inserirle sempre nel modo più chiaro possibile: evitare, ad esempio, di usare sigle incomprensibili al di fuori della biblioteca; per note di interesse esclusivo della biblioteca usare piuttosto il tradizionale campo Precisazioni, che spesso ha già appunto questo ruolo.

Da ricordare sempre che si tratta di note all’inventario, e quindi riferite ad una particolare copia del documento, non ad una edizione: ad esempio, se le illustrazioni colorate a mano sono una caratteristica dell’edizione non devono essere indicate qui, mentre vanno indicate se nell’edizione erano in bianco e nero e sono state colorate nel particolare esemplare che si possiede.

La nota su possessori e provenienze non sostituisce il relativo legame, ma serve per informazioni di tipo discorsivo che attraverso il legame non si possono esprimere.

L’elenco non è assolutamente definitivo e può sempre essere integrato, quindi chi ha esigenze che non sono coperte dai tipi di note individuati finora è invitato a manifestarle.

Per quanto riguarda l’inserimento di queste note, funziona come diversi altri campi analoghi in SbnWeb: l’icona con la matita serve per inserire una nuova nota, a fianco di ogni nota compare un’icona con la pattumiera che serve per cancellare la nota stessa.

Note all’inventario nell’OPAC

Per il contenuto di questo messaggio ringrazio le catalogatrici Cristiana Nardini e Francesca Nepori per le indicazioni e i suggerimenti che mi hanno dato sull’argomento.

Cercando nell’OPAC della Biblioteca Universitaria catalogazioni realizzate o modificate in SbnWeb a qualcuno può essere capitato di trovare delle note alla descrizione formulate in questo modo:

Leg. con: Costituzione della Repubblica ligure, Genova, 1802 (inv. A 9021) – IT-GE0039, 1LIGSTA XX0 36

che a prima vista dà l’impressione di un miscuglio tra descrizione bibliografica e note all’inventario, poiché è palese che una nota come Legato con si riferisce ad una particolare copia. Per di più, sempre a prima vista, non si capisce bene che cosa sia l’ultima parte della nota.

Verificato che non si trattava di un errore grossolano di qualche catalogatore che aveva inserito nella descrizione ISBD le note all’inventario (non è frequente, ma succede anche questo), si pensava ad un errore nell’esportazione in Unimarc di SbnWeb.

In realtà, le cose stanno in modo ben diverso.

SbnWeb sfrutta una caratteristica abbastanza sofisticata dell’Unimarc, fin qui poco usata, per cui nel campo 316, che fa parte delle note alla descrizione bibliografica, si inseriscono le note sulle singole copie, ognuna corredata dal riferimento alla particolare copia a cui si riferisce, in modo da mantenere la distinzione tra dati dell’edizione e dati di copia.

L’edizione 3 dell’Unimarc prescrive che il riferimento alla copia sia composto da: codice ISIL della biblioteca, seguito dal carattere due punti (cioè “:”) e dalla collocazione della copia. il codice ISIL, regolamentato dallo standard ISO 15511, è un codice univoco a livello internazionale che identifica una singola biblioteca: in Italia viene assegnato dall’ICCU ed è quello che si può vedere nell’Anagrafe delle Biblioteche Italiane.

La seconda parte della nota dell’esempio sopra è quindi composta da un codice ISIL (IT-GE0039, corrispondente alla Biblioteca della Provincia Ligure dei PP. Cappuccini) e da una collocazione (1LIGSTA XX0 36).

Tra codice e collocazione c’è una virgola anziché i due punti: è un errore di SbnWeb che abbiamo già segnalato all’ICCU.

A parte questo, i dati in sé sono perfettamente corretti: visualizzarli in modo facilmente comprensibile all’utente finale sarebbe invece compito dell’OPAC che potrebbe, ad esempio, visualizzare il nome completo della biblioteca al posto del codice, far precedere la collocazione da una opportuna etichetta, oppure anche inserire un link alla nota già visualizzata in associazione ai dati di copia (almeno in questo particolare opac) o usare altre tecniche ancora.

C’è da augurarsi che gli opac vengano quanto prima perfezionati per visualizzare nel modo più adeguato questi dati, e quelli di altri campi Unimarc che hanno la stessa struttura, cioè prevedono dati di collegamento con la copia (ad esempio il 702 con relator code 390 per il possessore, che senza questo dato appare, in modo del tutto erroneo, un autore secondario tra gli altri).