Titoli delle opere contenute in una raccolta

Alcuni bibliotecari si sono giustamente chiesti in che modo rendere ricercabile il titolo della singola opera contenuta in una raccolta con titolo d’insieme.

Per rispondere, facciamo innanzitutto un ripasso di terminologia: il titolo riportato sulla pubblicazione si chiama titolo d’insieme, mentre titolo di raggruppamento è una vecchia denominazione, che non andrebbe più usata, per quello che adesso si chiama titolo uniforme ed ha la funzione di identificare un’opera (mentre la precedente denominazione faceva piuttosto riferimento al raggruppamento delle schede nel catalogo cartaceo).

Le raccolte di opere preesistenti con titolo d’insieme si differenziano perché alcune presentano sul frontespizio l’elenco delle opere contenute, mentre altre non lo hanno.

Nel secondo caso è evidente che l’elenco delle opere non si può mettere nell’area del titolo ma solo nella nota di contenuto, il primo è disciplinato dal paragrafo 4.1.1.4 delle Reicat (http://norme.iccu.sbn.it/index.php?title=Reicat/Parte_I/Capitolo_4/4.1/4.1.1#4.1.1.4 – c’è anche il paragrafo M1A.4 della bozza della nuova guida SBN che dice sostanzialmente la stessa cosa):

Se la pubblicazione contiene più opere o parti di opere preesistenti (degli stessi autori o di autori diversi o anonime) e la fonte primaria reca sia un titolo d’insieme sia i titoli delle opere contenute (o di alcune di esse) si riporta di norma solo il titolo d’insieme. I titoli delle opere contenute si riportano o segnalano in una nota di contenuto (par. 4.7.1.8 A); sono però riportati come complemento del titolo quando sono compresi in una formulazione discorsiva o comunque la loro omissione nuocerebbe alla chiarezza della descrizione (par. 4.1.2.1 B, punto d).

E’ chiaro quindi che, tranne in casi particolari, non si può inserire l’elenco delle opere nell’area 1. Si può fare la nota di contenuto, che però non è ricercabile in SbnWeb e quasi mai negli opac.

Questo per quanto riguarda la descrizione, che come si vede non offre molte possibilità per rendere possibile la ricerca.

La soluzione del problema viene dalla gestione dei legami, e in particolare di quelli tra una raccolta di opere preesistenti e le opere contenute, trattata nel paragrafo 12.4.1 delle Reicat (http://norme.iccu.sbn.it/index.php?title=Reicat/Parte_II/Capitolo_12/12.4/12.4.1), mentre nella bozza della nuova Guida manca ancora la parte sui legami.

Le singole opere contenute vengono segnalate tramite il loro titolo uniforme (natura A) che va legato al titolo M (quindi legame M9A) della raccolta (che se ha un titolo significativo avrà anche un suo specifico titolo uniforme).

In sintesi il criterio è questo: il t.u. per le opere contenute è obbligatorio solo nei casi espressamente citati nella norma, ma è sempre consentito, quindi la biblioteca può inserire tutti quelli che ritiene utili.

Il t.u. va formulato in lingua originale, ma la forma italiana si può registrare come variante del titolo, ossia come titolo D legato al titolo A.

Lo schema sarebbe quindi il seguente:

TITOLO M

Legato a TITOLO A

Legato a TITOLO D

Molti di questi titoli uniformi, anche se non tutti, sono già presenti, soprattutto se si tratta di opere pubblicate anche autonomamente. Non è detto però che ci sia sempre il titolo D collegato.

Ci sarebbe anche un’altra possibilità, cioè l’uso del titolo analitico (spoglio, natura N), anche se le Reicat hanno poca simpatia per questo tipo di titolo. In base ai criteri generali però lo spoglio andrebbe a sua volta legato al titolo uniforme, per cui si ha una complicazione in più. Questo tipo di trattamento è esplicitato nella Guida alla catalogazione della musica in SBN, che dice di usarlo se necessario per riportare informazioni descrittive importanti, cosa che però succede soprattutto per le registrazioni musicali e la musica in genere, più difficilmente per i testi. Vedremo che cosa dirà la Guida generale quando finalmente sarà stata completata.

Nell’insieme, la soluzione più “economica” è quella di legare il t.u. al titolo base della raccolta. Ancora più economico sarebbe creare solo lo spoglio senza t.u., che è molto semplice perché comprende solo l’area 1 e l’indicazione della paginazione (nel senso di pagine in cui è contenuta l’opera) da inserire in nota al legame, ma ciò sarebbe al di fuori delle indicazioni delle Reicat (http://norme.iccu.sbn.it/index.php?title=Reicat/Parte_II/Capitolo_9/9.0/9.0.3) anche se nella pratica spesso succede e in una biblioteca molto piccola e con poche risorse per catalogare secondo me sarebbe certamente tollerabile (anche su questo vedremo che cosa dirà la nuova Guida).

Infine, ci si può chiedere se sia il caso di fare anche la nota di contenuto oltre ai legami ai t.u. (ammesso di averne tempo e voglia). Le regole, per quello che ho trovato, non dicono niente, quindi la cosa è rimessa alla valutazione del catalogatore. La nota di contenuto ha una sua utilità non per la ricerca, ma per l’informazione immediata che dà a chi ha trovato i libro, senza obbligarlo ad esaminare i legami (peraltro se sia agevole o no esaminare i legami dipende soprattutto da come l’opac presenta i dati all’utente), però è anche abbastanza onerosa da compilare quindi la scelta di non farla sarebbe certamente comprensibile. A volte può essere utile anche solo una nota sintetica che dà informazioni sul contenuto ma non elenca i singoli titoli (ad esempio “Contiene 7 racconti pubblicati tra il 1978 e il 1985”).

Infilare ugualmente “a forza” in area 1 i titoli contenuti, presentandoli come complementi del titolo o con altri artifici per lo più ancora peggiori, invece è cosa da evitare, anche se materialmente possibile, perché fuori dalle regole e quindi non accettabile in un catalogo collettivo (è una di quelle soluzioni personalizzate che potevano andare quando le biblioteche avevano ciascuno il loro catalogo indipendente).

 

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Titoli uniformi vietati?

Continuano ad esserci dubbi se in SBN siano ammissibili i titoli uniformi per le opere pubblicate in lingua originale.

Il dubbio non deriva dalle REICAT, ma dalla circolare ICCU del febbraio 2010 sull’applicazione delle Reicat in SBN.

Abbiamo già trattato il problema in questo articolo del 2012, che a mio parere continua ad essere perfettamente valido e che quindi consiglio di leggere: in sintesi, la circolare, per facilitare l’applicazione delle Reicat prevede non siano obbligatori i titoli uniformi per le opere in lingua originale, ma l’articolo argomenta che non obbligatorio non vuol dire vietato ma vuol dire facoltativo, e che inserire i titoli uniformi è non solo permesso ma anche consigliabile.

Qui aggiungo che il consiglio va visto nel nostro contesto: nel nostro polo non facciamo record di autorità, quindi il titolo uniforme verrà inserito se ciò è possibile con un sforzo ragionevole in rapporto ai mezzi e al tempo a disposizione.

Vent’anni del Catalogo delle Biblioteche Liguri – CBL

Forse non se ne ricorda più nessuno, ma qualche giorno fa il CBL – Catalogo delle Biblioteche Liguri ha compiuto vent’anni, essendo stato aperto il 24 febbraio 1998.

All’epoca raccoglieva tre biblioteche, tutte dotate di CDS/ISIS-Teca (Biblioteca Civica di Albenga, Sistema Bibliotecario Alta Val Bormida e Biblioteca del Servizio Programmi e Strutture culturali della Regione, oggi chiamata Biblioteca di Biblioteconomia della Regione Liguria) e circa 50.000 record.

Grazie alla Wayback Machine, il servizio di Internet Archive che archivia siti web, tra cui anche quello della Regione Liguria, possiamo vedere una delle prime versioni della pagina informativa sul CBL, aggiornata al 16 aprile 1998 e archiviata il 10 giugno dello stesso anno:

https://web.archive.org/web/19980610164734/http://www.regione.liguria.it:80/sesatc/270/cbl.htm

Possiamo vedere anche la home page di quella prima versione del CBL, archiviata il 2 dicembre 1998 (parzialmente funzionante):

https://web.archive.org/web/19981202202448/http://opac.regione.liguria.it:80/cgi-win/hiweb.exe/a3

La realizzazione del CBL era stata disposta con la Deliberazione della Giunta Regionale n. 411 del 17 febbraio 1995. Non essendo tra quelle già disponibili in versione elettronica, abbiamo pubblicato anche lei sull’Internet Archive, e si può consultare qui.

Ma probabilmente molti non sanno di chi è il merito della prima idea del CBL. Nell’autunno del 1994 stavamo studiando, anche tramite riunioni con le principali biblioteche liguri, quali soluzione adottare per sviluppare la cooperazione nell’ambito dei cataloghi informatizzati. All’epoca eravamo ancora molto diffidenti verso SBN, anche se poi l’atteggiamento cambiò poco dopo. In quel periodo lavorava da noi una bibliotecaria molto preparata che forse qualcuno ricorda, Graziella Giusto, che proveniva dalla Regione Lombardia e rimase da noi tra il 1993 e il 1996. Fu lei che un giorno disse: Perché non facciamo un opac?. L’idea in quel momento era particolarmente buona perché puntare su un catalogo derivato ci permetteva di dare un servizio effettivo in modo relativamente semplice (anche se poi ci furono difficoltà impreviste), e così ci orientammo subito in quel senso.

Fine della lezione di storia, naturalmente chi non l’avesse ancora fatto è invitato a visitare il CBL com’è oggi (versione in linea dal dicembre 2011).

Informazioni minime sui sistemi di collocazione

Siccome nei giorni scorsi mi hanno chiesto dei chiarimenti sulle collocazioni in Sbnweb, ho pensato di pubblicarli anche qui sul blog perché potrebbero essere utili a qualcuno, anche se sono solo pochi appunti senza pretese.

L’organizzazione delle collocazioni è un elemento spesso trascurato, col risultato che qualcuno riesce a complicarsi la vita in modo incredibile. Particolarmente nefasto è usare un sistema di collocazione che ne nasconde un altro, come succede quando si colloca per scaffale, palchetto e numero di catena, ma in realtà lo scaffale corrisponde anche ad una materia, per cui dopo un po’ non si capisce se deve prevalere il criterio posizionale o quello per materia.

Innanzitutto un po’ di terminologia.

Per sezione di collocazione si intende un insieme di documenti collocati insieme e con lo stesso criterio.

Per numero di catena si intende un numero progressivo (spesso assegnato automaticamente) che identifica la collocazione del singolo documento: talvolta può coincidere con la collocazione stessa, più spesso si aggiunge ad un altro elemento (per chi è particolarmente interessato osservo che il numero di catena è un tipo di book number, cioè di identificativo di un singolo documento nell’ambito della collocazione, argomento sul quale recentemente è uscito un interessante libro di Carlo Bianchini).

Quando si decide il tipo di collocazione, la prima cosa da stabilire è se si tratta di una collocazione a scaffale aperto, cioè col pubblico che accede direttamente agli scaffali, o a magazzino, nella quale solo gli operatori accedono agli scaffali per prendere i libri richiesti dagli utenti. Nel primo caso ci vuole un ordinamento logico facilmente comprensibile da tutti e non solo dai bibliotecari, nel secondo invece bisogna ottimizzare soprattutto l’uso dello spazio, la conservazione e la facilità di gestione, evitando schemi troppo complicati.

Sbnweb prevede che si indichi se la sezione di collocazione è a scaffale aperto o a magazzino, ma per quello che ne so non fa uso di questa informazione: tuttavia è opportuno inserirla in modo corretto, perché potrebbe venire usata in futuro oppure da altri programmi in cui siano stati caricati i dati.

E’ anche opportuno usare nomi brevi per le sezioni, perché il nome fa parte integrante della collocazione, ed è scomodo avere poi collocazioni lunghissime.

I tipi di collocazione previsti si vedono tutti nella gestione della sezione di collocazione, e sono elencati nella tabella codici  CTCO, visibile (non modificabile, perché è di polo) sotto Amministrazione -> Gestione codici e sono spiegati anche nella documentazione del programma. Il tipo Continuazione si usa solo in casi particolari, mentre quelli di uso generale sono:

  • Esplicita non strutturata: è completamente libera, quindi accetta qualunque collocazione ma non fa nessun controllo, per cui è più soggetta ad errori da parte degli operatori; è utile per schemi che non si adattano bene a nessun altro tipo (specialmente qui bisogna cercare di evitare le complicazioni eccessive); spesso è necessario usarla quando si devono registrare collocazioni preesistenti
  • Magazzino non a formato: è semplicemente un numero di catena assegnato automaticamente; può essere utile, ad esempio, per sezioni a magazzino di documenti che sono tutti dello stesso formato (come gli LP); potrebbe essere utile anche per le pubblicazioni elettroniche, anche se queste non hanno una collocazione in senso tradizionale, per evitare che queste appaiano tutte come documenti non collocati; in una biblioteca avevano stabilito che il numero di catena dovesse essere uguale all’inventario, ma io sconsiglierei di prevedere un vincolo di questo genere che è una complicazione inutile: infatti, siccome non è possibile fare in modo che il programma assegni automaticamente lo stesso numero, questo obbliga a collocare nello stesso ordine con cui si inventaria!
  • Sistema di classificazione: permette di recuperare la classe già assegnata in catalogazione semantica (se esiste); una volta recuperata, la classe si può poi modificare come si vuole (ad esempio, spesso si semplifica la Dewey); l’uso di questo tipo di collocazione ha senso soprattutto se in semantica viene usata una classificazione
  • Magazzino a formato: raggruppa i documenti per formato e numero di catena, quindi è utile soprattutto nei magazzini per sfruttare al meglio lo spazio; i codici di formato vengono definiti liberamente dalla biblioteca prima di creare la sezione, e possono essere usati per tutte le sezioni di questo tipo; usa sezione può anche usare solo una parte dei codici di formato; alcuni la usano anche in un altro modo: attribuiscono ai codici un significato diverso dal formato, in genere una materia o una tipologia di pubblicazioni, e in questo modo creano delle suddivisioni utili anche a scaffale aperto (ma col limite che all’interno del codice l’unico ordinamento possibile è quello per numero di catena)
  • Esplicita strutturata: prevede tre campi, e si adatta soprattutto ai vecchi magazzini con collocazioni già esistenti per scaffale-palchetto-numero di catena; tuttavia può andare bene per qualsiasi schema che non utilizzi più di tre campi
  • Chiave titolo: determina un ordinamento per titolo con una chiave calcolata automaticamente in base al titolo presente in descrizione; è pochissimo usata, ma può essere interessante per sezioni a scaffale aperto in cui il titolo è particolarmente significativo (forse i libretti d’opera potrebbero essere un esempio?)

A tutte le collocazioni si possono aggiungere la chiave autore o la chiave titolo inserite a mano o calcolate automaticamente, e/o una specificazione libera. Questi elementi possono essere più o meno utili a seconda dei casi: ad esempio nel magazzino non a formato, visto che l’elemento principale è un numero progressivo univoco, possono avere un ruolo informativo ma non modificano l’ordine della collocazione, invece nella collocazione per classe o nell’esplicita strutturata o non strutturata possono servire per l’ordinamento a parità di elemento principale.

Per le sezioni a magazzino di solito è consigliabile la collocazione per formato, che migliora sia l’uso dello spazio che la conservazione, evitando che si trovino vicini documenti di formato molto diverso.

E’ chiaro che non è obbligatorio creare un’unica sezione per ciascun tipo di materiale: ad esempio, i libri a scaffale aperto spesso sono collocati in parte con la Dewey e in parte con altri criteri, come la letteratura in base al nome dell’autore o le biografie in base al nome del biografato.

Si possono avere anche più sezioni con lo stesso tipo di collocazione, ad esempio i libri per adulti e quelli per bambini separati, ma collocati entrambi con la Dewey.

In particolare, è indispensabile creare sezioni distinte per gruppi di documenti fisicamente separati (quali la sede principale e un magazzino esterno) anche se collocati con lo stesso criterio, altrimenti poi nell’ordinamento topografico apparirebbero mescolati.

Punteggiatura nei titoli uniformi

Abbiamo osservato che in polo – su 139.017 titoli uniformi, cioè di natura A, di cui 20.751 creati in polo – ce ne sono 3.456 (di cui 801 creati in polo) che contengono la punteggiatura del complemento del titolo (‘ : ‘) e 1.632 (di cui 249 creati in polo) che contengono la punteggiatura della formulazione di responsabilità (‘ / ‘), secondo dati aggiornati al 1 marzo 2018.

Questo denota un uso non conforme alle REICAT, nelle quali:

  1. il complemento del titolo è previsto solo come elemento di disambiguazione e solo se accompagna il titolo nella maggior parte delle edizioni (paragrafo 9.2 e 9.3.2), quindi è di uso molto raro
  2. La punteggiatura ISBD per la formulazione di responsabilità non è mai prevista, perché una formulazione di responsabilità si include nel titolo uniforme solo quando ne è parte integrante (paragrafo 9.2.4) e quindi evidentemente non ha bisogno di alcuna punteggiatura convenzionale; è vero che gli esempi delle REICAT riportano la barra, ma è solo un espediente per indicare l’intestazione principale (non la formulazione di responsabilità), come spiegato nella nota 4 al paragrafo 9.0.6; le REICAT infatti, essendo neutre rispetto agli specifici sistemi di catalogazione, non usano il linguaggio di SBN relativo ai legami autore, anche se invece della barra avrebbero potuto usare qualche altra cosa che non rischiasse di creare confusione.

Naturalmente può esserci qualche caso in quella punteggiatura fa parte integrante del titolo perché così ha voluto l’autore e quindi va riportata, ma è evidente che si tratta di casi estremamente rari.

La bozza della nuova Guida SBN non include ancora i titoli uniformi, di conseguenza per ora si può fare riferimento solo alle REICAT.

La percentuale di titoli creati in polo con queste caratteristiche è superiore a quella generale di titoli A creati in polo, soprattutto per quelli col complemento, il che potrebbe essere un caso ma potrebbe anche indicare che da noi c’è ancora una certa “ingenuità” nella formulazione dei titoli uniformi.

Bisegnerebbe fare attenzione ad evitare questo uso improprio, anche perché applicare le regole è comodo, visto che comporta scrivere meno e non di più!

Secondo me il criterio molto restrittivo sul complemento del titolo ha lo scopo di molto ragionevole di evitare abusi, ma può essere discutibile perché ci sono casi in cui il complemento è voluto dall’autore e accompagna sempre il titolo fin dalla prima edizione (come nel caso dei Buddenbrook di Thomas Mann, come si vede sia dalla catalogazione che dalla riproduzione del frontespizio), però la regola è quella e non che il caso che ci mettiamo a riformarla noi.

Per i titoli catturati ovviamente non c’è alcun obbligo di correggerli, però visto che la correzione è semplice da individuare ed eseguire, chi avesse tempo e voglia di farla non fa sicuramente niente di male.

Trascrizione dei numeri romani

Mi hanno chiesto chiarimenti su quale sia attualmente la disciplina della trascrizione dei numeri romani, cosa che può avere un certo rilievo sia per la ricerca sia per l’ordinamento.

Esaminando le varie fonti (e sempre ricordando che manca ancora la versione completa e definitiva della nuova guida SBN) ho messo insieme quanto segue.

Nella nuova guida SBN, per la parte pubblicata, abbiamo innanzitutto questa indicazione esplicita (http://norme.iccu.sbn.it/index.php?title=Guida_moderno/Descrizione/Capitolo_generale/Trascrizione)

I numeri romani presenti nel titolo sono trascritti in cifre arabe; se hanno valore di ordinali sono seguiti da un punto

Trattandosi di una indicazione esplicita per i titoli prevale su indicazioni più generali, anche perché REICAT 2.5.4 dice:

I numeri si riportano di norma come si presentano (in cifre, arabe o romane, o in lettere, con abbreviazioni, etc.), tranne quando indicato diversamente per specifici elementi.

 Per quanto riguarda l’area della pubblicazione poi sempre la bozza della nuova guida dice (http://norme.iccu.sbn.it/index.php?title=Guida_moderno/Descrizione/Risorse_monografiche/Area_della_pubblicazione/Data_di_pubblicazione):

Le date del calendario gregoriano si riportano sempre in numeri arabi. Date che si presentano in forme caratteristiche possono essere riportate facendole seguire dall’anno in cifre arabe tra parentesi quadre

Molto generale è la norma dell’Appendice B delle Reicat:

I numeri si scrivono in cifre quando rappresentano date (ma i secoli si indicano con cifre romane)

che a mio avviso è da ritenersi applicabile se non ne esiste una più specifica. In pratica, mettendo insieme le diverse fonti, sembra che in SBN non si applichi quasi mai (al massimo nelle note?).

Nei titoli però secondo me un numero romano va riportato come tale se questa forma è parte integrante del significato del titolo, ad esempio quando il titolo gioca sull’ambiguità tra numero e parola.

Volumi legati assieme

Ogni tanto qualcuno si trova in imbarazzo davanti al caso copie di pubblicazioni in più volumi che hanno alcuni volumi legati assieme, anche se separati nella pubblicazione originali, ad esempio una pubblicazione in dodici volumi che sono stati rilegati tre a tre.

Va detto innanzitutto che questa è una particolarità della copia, e quindi non può avere effetto sulla descrizione bibliografica, neppure se sulla legatura comparissero dei titoli o se fossero stati eliminati i frontespizi della pubblicazione originale.

Bisogna quindi creare o catturare la descrizione dell’opera nella sua configurazione originale.

Passando al trattamento della copia, una soluzione interessante sarebbe quella di inventariare non i volumi originari, ma quelli fisicamente presenti in biblioteca, cioè quelli derivanti dalla rilegatura, indicando nelle note all’inventario che cosa contiene quel volume (ad esempio: Contiene i vol. 1, 2 e 3 legati assieme).

Di per sé sarebbe una cosa ragionevole (anche perché difficilmente questa legatura verrà smontata per ripristinare i volumi originari, nel qual caso comunque si potrebbero sempre modificare gli inventari) ma, almeno nel contesto attuale, secondo me produce alcuni inconvenienti pratici: infatti se si lega l’inventario ad una parte dei volumi presenti in descrizione (ad esempio, se avessimo 12 volumi legati tre a tre si potrebbe legare l’inventario ai volumi 1, 4, 7 e 10) questo darebbe l’impressione che la biblioteca possieda solo quei volumi, perché per capire che non è così bisognerebbe leggere accuratamente le note all’inventario; se si legano tutti gli inventari al livello superiore, bisogna ugualmente che l’utente, per capire che cos’ha la biblioteca, esamini il reticolo con una cura che non sempre si può presupporre (anzi, di solito bisogna presupporre che non ci sia).

A me sembrerebbe quindi più consigliabile inventariare i volumi originari, indicando in nota a ciascuno a che cosa è legato (per il primo: legato coi v. 2 e 3; per il secondo: legato coi v. 1 e 3; per il nono: legato coi volumi 7 e 8), anche se è un lavoro un po’ noioso.

Questa soluzione permetterebbe, dal punto di vista puramente tecnico, di registrare separatamente prestiti diversi per singoli volumi legati assieme, visto che questi corrispondono ad inventari indipendenti! In pratica però è improbabile che succeda una cosa del genere, anche se coi bibliotecari non si può mai dire, perché se viene registrato il prestito di un volume l’utente preleva necessariamente tutti quelli legati assieme, e quindi anche gli altri non sono più in biblioteca.

Nulla di particolare per quanto riguarda la collocazione, se non il fatto ovvio che i singoli volumi legati insieme non possono essere messi in posti diversi! Di conseguenza non ha molto senso assegnare loro collocazioni autonome, anche se continue, ed è meglio una collocazione a livelli.

Chiarimento su servizi e diritti

Potrebbe essere utile mettere in evidenza una caratteristica della gestione servizi che mi sembra non del tutto evidente né dal manuale né dal programma stesso.

All’interno di un servizio si possono definire diversi diritti, che condividono lo stesso iter ma si differenziano per vari parametri come durata o rinnovi.

Questo si capisce facilmente, quello che si capisce meno facilmente è che ad uno stesso utente non possono essere assegnati più diritti nell’ambito dello stesso servizio.

Evidentemente questa funzionalità è stata pensata per i casi in cui ad alcuni utenti va assegnato un certo diritto, ad altri utenti un altro, e infatti nella procedura di erogazione dei servizi si può scegliere solo il servizio e non il diritto, perché questo è fisso una volta individuati l’utente ed il servizio.

Se si vogliono diversi tipi di servizio (anche simili tra loro) tra cui poter scegliere di volta in volta bisogna creare appunto dei servizi, e non dei diritti.

La tabella dei servizi è di polo, quindi le singole biblioteche non possono aggiungerne ma, una volta verificato che nessuno di quelli esistenti è idoneo, possono chiedere a noi di farlo. Il servizio desiderato potrà poi essere scelto con l’apposito menu al momento dell’erogazione.

Titoli analitici e titoli uniformi: proviamo a fare il punto

Provo a fare il punto sulla situazione catalografica quanto a trattamento di titoli analitici e titoli uniformi, perché dalla pubblicazione delle REICAT in poi c’è stata una certa evoluzione, e non a caso alcuni hanno notato la differenza tra  questo post del blog apparso nel 2010 e questo documento del 2013.

Non si può dare un quadro definitivo dell’argomento perché le norme catalografiche sono in evoluzione, l’ICCU sull’apposito sito non ha ancora pubblicato la parte relativa ai legami titolo, e neppure, per quanto mi risulta, ha anticipato la soluzione che verrà prevista. L’unica cosa che si può fare è provare a sintetizzare quello che è attualmente noto, in modo da ricavarne indicazioni pratiche sul modo di procedere quando si cataloga:

  1. Le REICAT hanno scarsa simpatia per i titoli analitici, benché non li proibiscano, e preferiscono di gran lunga i titoli uniformi per le opere contenute in una pubblicazione. Non prevedono la distinzione tra N e T, e secondo me fanno bene perché è una distinzione troppo sottile e di scarso interesse per gli utenti (che un contributo si presenti come contenuto aggiuntivo rispetto a quello principale si può evidenziare in descrizione, se necessario)
  2. La risposta data dall’ICCU nel 2010 di cui veniva riferito nell’articolo sopra citato rifletteva sostanzialmente questo orientamento restrittivo
  3. La Guida musica però, apparsa nel 2012, ha una posizione diversa, e secondo me con ragione: nella musica, e specialmente nelle registrazioni l’argomento ha importanza particolare importanza perché le raccolte sono frequentissime e spesso contengono un numero molto elevato di opere. La Guida non prevede i T ma rivaluta gli N per evitare che si perdano elementi descrittivi importanti. Un esempio tipico è una raccolta di registrazioni che contiene esecutori diversi per le diverse opere: se non si fanno i titoli analitici, non potendosi legare gli esecutori ai t.u., essi andrebbero legati tutti al titolo base, ma risulterebbe poco chiaro chi esegue cosa, e a volerlo spiegare in descrizione si rischierebbe di fare descrizioni pesantissime. Il titolo analitico invece permette di registrare l’informazione in modo chiaro e immediatamente comprensibile. I titoli uniformi in questo caso si legano ai titoli N e non al titolo base (al quale si lega un eventuale titolo per la raccolta). Se invece non si fanno gli N, che non sono obbligatori (e a volte sono certamente superflui) si legano tutti i t.u. al titolo base. Il t.u. per gli N è obbligatorio, secondo il principio generale.
  4. Queste regole mi sembrano sensate e facilmente applicabili a tutti i tipi di documenti
  5. Nelle bozze della nuova Guida però ricompare il titolo T, ma siccome manca la parte sui legami non si sa quale uso voglia farne l’ICCU: può anche darsi che sia previsto solo per compatibilità col pregresso con la raccomandazione di non usarlo, oppure che venga eliminato nella versione definitiva, però finora non lo sappiamo, come non sappiamo i criteri per l’uso degli N
  6. Vista l’incertezza, secondo me la conclusione è che sia ragionevole seguire il criterio che risulta dalla Guida musica

 

Dove mettiamo le piante?

Questo messaggio non riguarda l’agricoltura ma la catalogazione delle piante di edifici, a proposito delle quali mi hanno chiesto se vanno considerate materiale grafico o materiale cartografico.

Non trovando una risposta esplicita né nelle REICAT, né nella nuova Guida SBN né nell’Unimarc (da cui derivano i codici di tipo record) ho chiesto all’ICCU, da dove mi hanno detto che non c’è una riposta ben definita perché l’Unimarc sembra propendere per inserirle nella grafica (non mi è chiaro perché, forse perché vi include i disegni tecnici) mentre le REICAT inclinano piuttosto al materiale cartografico.

Nelle REICAT un riferimento preciso l’ho trovato: è l’Appendice D sulle designazioni specifiche del materiale che a pagina 568 include le piante tra i documenti cartografici. E’ vero che il contesto è più quello di un raggruppamento della terminologica che di una norma catalografica esplicita, ma in attesa di indicazioni più chiare, e considerato che per il noi le REICAT sono un riferimento più immediato dell’Unimarc mi sembra che si possa seguire questo criterio, e quindi trattare le piante di edifici come cartografia.

Va detto però che è possibile che il termine sia inteso nel senso di piante di città (che sono evidentemente cartografia) e non di edifici, ma non essendo noi nella mente dei redattori delle REICAT, ed in assenza di altre indicazioni la soluzione meno rischiosa mi sembra che rimanga quella che ho indicato.

Fascicoli staccati

Succede talvolta che una biblioteca possieda uno o più singoli fascicoli di un’opera pubblicata a fascicoli destinati poi ad essere rilegati, e che questi fascicoli abbiano un interesse autonomo, normalmente perché hanno un certo carattere monografico, ossia presentano un contenuto compiuto e fruibile anche al di fuori dell’opera completa, per cui la biblioteca desidera giustamente catalogarli e metterli a disposizione del pubblico.

Il problema è che in questi casi i fascicoli come tali non fanno parte della struttura dell’opera completa, e di conseguenza non si sa bene in quale schema catalografico infilarli.

Va detto che questo è un problema che abbiamo affrontato anche in diversi corsi da noi organizzati senza mai arrivare ad una soluzione definitiva perché le Reicat non trattano molto bene questo caso, anzi ad essere precisi non lo trattano per niente. I paragrafi 4.5.1.2B e 5.4.2 prevedono che di una pubblicazione a dispense possano essere descritti i singoli fascicoli in casi particolari, ad esempio quando il ritmo di uscita è molto lento o quando i volumi non sono stati completati, ma mi sembra chiaro che questo vale se la descrizione a fascicoli è l’unica presente, non se la pubblicazione è già stata descritta completamente e poi c’è una biblioteca che ha un fascicolo solo.

Una soluzione sensata potrebbe essere prendere a modello il trattamento degli estratti: siccome non c’è un legame specifico per gli estratti, basta agire nell’ambito della descrizione, dove si può descrivere il fascicolo come se fosse una pubblicazione autonoma e poi in nota, invece di scrivere Estratto da …, scrivere Fascicolo di …

Un’alternativa ragionevole sarebbe anche quella di utilizzare il titolo comune e il titolo dipendente, adottando come titolo comune quello dell’opera completa e come titolo dipendente quello del fascicolo, preceduto possibilmente da un’opportuna designazione.

A me sembra leggermente preferibile la prima soluzione, perché mette più in evidenza il fascicolo che è il vero e proprio oggetto della descrizione.

In entrambi i casi c’è il problema di dare accesso al titolo che non si sceglie come titolo proprio, ossia quello dell’opera d’insieme nel primo caso e quello del fascicolo nel secondo.

L’unica soluzione possibile mi sembra quella di creare un D per il titolo da rendere ricercabile.

Da notare che sarebbe completamente errato legare il fascicolo alla notizia dell’opera di insieme perché non è previsto nessun legame per questo caso, e un legame gerarchico 01 a partire dal fascicolo sembrerebbe un volume in più della pubblicazione.

Proviamo a fare un esempio (inventato). Supponiamo che ci sia una enciclopedia delle macchine da corsa, della quale abbiamo solo un fascicolo che parla della mitica Porsche 935, ricco di bellissime fotografie, per cui sarebbe un peccato non metterlo a disposizione del pubblico.

Le due tecniche di descrizione che abbiamo ipotizzato darebbero questi risultati:

Porsche 935 / di XYZ. - [resto della descrizione normale, 
in base alle informazioni disponibili]. In nota: 
Fascicolo di: Enciclopedia delle macchine da 
corsa. - (riportare poi almeno l'area della 
pubblicazione e il numero standard, se presente)
Enciclopedia delle macchine da corsa. Fascicolo 37, Porsche 
935 / di XYZ [anche qui resto della descrizione normale, 
riferito al fascicolo; è opportuno riportare in nota 
informazioni più complete sulla pubblicazione madre, 
ed eventualmente altri chiarimenti a seconda della 
necessità].

Chi non è soddisfatto poi può sempre visitare il Museo della Porsche a Zuffenhausen e vedere le 935 dal vero.

Se il fascicolo è privo di titolo specifico si possono utilizzare le regole generali per le pubblicazioni prive di titolo (REICAT 4.1.1.6).

Catalogazione delle risorse elettroniche online

Qualche giorno fa mi hanno chiesto se è possibile catalogare in SBN delle risorse elettroniche online, una cosa che in effetti si fa abbastanza poco.

Sicuramente è possibile, ma – almeno fino ad indicazioni contrarie che per ora, a quanto mi risulta, non ci sono state – bisogna tenere conto dell’indicazione che dava la vecchia guida sulla catalogazione delle risorse elettroniche in SBN pubblicata a stampa nel 1999 (http://bid.catalogobibliotecheliguri.it/CFI0417081, non ho trovato una versione elettronica), che a pagina 8 dice: La catalogazione in SBN delle risorse elettroniche disponibili in rete sarà chiaramente limitata a quelle per le quali l’accesso è subordinato ad una sottoscrizione (ad es. l’abbonamento ad un periodico in rete).

Il motivo di questo limite è chiaro: solo in questo caso si ha una localizzazione in senso stretto, perché c’è una risorsa che è disponibile in determinate biblioteche e non in altre, mentre indicizzare i siti web pubblici sarebbe più o meno come fare una bibliografia e non un catalogo.

Certo dopo tutti questi anni la norma potrebbe essere in parte ripensata: da una parte è vero che catalogare il sito di Google in SBN non ha molto senso, dall’altra è altrettanto vero che ci sono siti specialistici poco noti e difficili da individuare che non farebbe dispiacere trovare in SBN. Questo vale a maggior ragione per cose come il deep web e gli hidden services di Tor. Inoltre le regole del 1999, nelle quali le risorse online sono poco approfondite, probabilmente pensavano soprattutto a cose come banche dati, periodici elettronici o anche un sito web nel suo insieme, molto meno ad ebook o album musicali, che potrebbe aver senso segnalare anche se ad accesso libero, almeno in casi particolari, ad esempio quando sono prodotti dalla biblioteca stessa o dall’ente di riferimento (l’abbiamo fatto anche noi: LIG0244818). Questo è anche utile per acquisire un identificativo in qualche modo standardizzato (il BID) invece di crearne uno locale.

L’indicazione della Guida del 1999 quindi sembrerebbe ancora valida ma da interpretare con un minimo di elasticità da parte dei catalogatori. Per ora non c’è nella bozza della nuova Guida SBN e neppure nella Guida alla catalogazione della musica (che non è una bozza ma è ufficiale). In compenso, la bozza tratta in modo sostanzialmente completo la descrizione di queste risorse: per trovare dove ne parla, basta cercare nel testo le parole accesso remoto e si noterà che il trattamento non è particolarmente difficile.

Per quanto riguarda i codici da usare bisogna fare attenzione ai seguenti:

Tipo materiale: L [ATTENZIONE: non ancora utilizzabile, usare per adesso uno degli altri]

Tipo record: (v. bozza nuova guida p. 4-5)

Tipo mediazione: elettronico

Tipo supporto: Elettronico – risorsa online per computer

Autori, soggetti e classi secondo le norme generali (vedremo se la nuova guida completa dirà qualcosa di diverso).

Per divertimento, proviamo a catalogare davvero il sito di Google, cosa che potrebbe dare un risultato come questo:

Google. – Mountain View : Google, 1998-    .

Nota sul tipo di risorsa elettronica: Sito web, motore di ricerca

URI accesso: https://www.google.com/

Legami autore: *Google (legame 1, codice relazione 070)

CDD: 025.04

Soggetti: Motori di ricerca (inteso come soggetto formale)

Si intende che la catalogazione di cui parliamo è tutt’altra cosa rispetto all’indicazione dell’URI della copia digitale di un’altra pubblicazione, che si indica tra i dati dell’esemplare.

Dati sulla rappresentazione

A partire dalla versione di SbnWeb del 18.4.2016 si può notare che correggendo qualunque descrizione appaiono in fondo alla schermata i campi relativi alla rappresentazione, anche quando sono palesemente inapplicabili al tipo di documento che si sta catalogando.

Pensavamo che si trattasse di un errore, ma l’ICCU ci ha spiegato che con la nuova versione, i campi relativi alla rappresentazione e ai personaggi (precedentemente gestiti soltanto come campi specifici della musica a stampa e delle registrazioni sonore) sono stati resi disponibili – a livello di dati comuni dei documenti con tipo record ‘a’ – per l’inserimente dei libretti d’opera. Questi dalla versione 2.0 del protocollo possono essere trattati anche come materiale M (senza specificità) o E (materiale antico data < 1831) tipo record a con l’inserimento del campo tipo testo letterario: libretto.

Documenti dell’ICCU che trattano di questo argomento: lettera ai poli del 1.12.2014 e documento del 28.4.2016 su evoluzione protocollo SBNMARC.

Nuovo uso dei titoli di natura B

Con la versione di SbnWeb del 18.4.2016 diventa possibile il nuovo trattamento dei titoli B, recentemente definito dall’ICCU.

Come si sa, un tempo la natura B era utilizzata per titoli di raggruppamento (cioè titoli uniformi) non verificati su fonti esterne. Con l’adozione delle REICAT tutti i titoli uniformi devono essere di natura A, per cui la natura B in quel senso non ha più alcun ruolo. Rimanevano naturalmente molti titoli di natura B creati in precedenza, e qualcuno che continuava a venire creato abusivamente, anche se erano sempre meno.

Recentemente però l’ICCU ha deciso di riciclare questa natura per indicare il titolo di una traduzione intermedia, da utilizzare quando una traduzione non è basata sull’opera in lingua originale ma su un’altra traduzione (qui il testo integrale dell’ICCU). Il codice di lingua è diventato obbligatorio, poiché ora il titolo si riferisce ad una specifica versione linguistica di un’opera.

Per consentire l’uso della natura B in questo nuovo significato i vecchi titoli B sono stati convertiti in A, e i legami 06 sono stati convertiti in legami 09.

Pertanto d’ora in poi:

  • non dovranno assolutamente essere creati titoli uniformi con la natura B (questo valeva già prima, ma ora a maggior ragione)
  • cercando un titolo uniforme basterà cercarlo come natura A
  • la natura B potrà essere utilizzata esclusivamente in questa nuova accezione

 

Naturalmente questo legame non è obbligatorio, ed è applicabile solo quando si sa con certezza che il documento oggetto di catalogazione è una traduzione basata su un’altra traduzione, della quale si conosce il titolo. E’ necessario inoltre che si sappia qual è la lingua di questa traduzione, visto che il codice di lingua è obbligatorio.

E’ evidente che non si creerà il legame se le informazioni sono incerte.

Il caso è uno di quelli trattati nelle REICAT al paragrafo 4.7.1.3, che ne parla con riferimento alle note, mentre qui l’informazione è trattata come un legame.

Poiché si tratta di un dato descrittivo, mi pare che si debba concludere che si indica il titolo della particolare traduzione su cui è stata condotta quella che si cataloga, e anzi quando possibile il titolo della particolare edizione utilizzata (nel caso in cui la traduzione intermedia sia stata pubblicata con titoli diversi).

CBL e ricerca su Wikipedia

Il Catalogo delle Biblioteche Liguri – CBL, nella visualizzazione completa della scheda, accanto al nome dell’autore mostra un link alla voce corrispondente su Wikipedia quando una corrispondenza viene trovata (è un processo automatico), ma non è difficile notare che talvolta l’autore individuato su Wikipedia non è in realtà quello del catalogo.

E’ un problema noto da tempo ma finora non è stato possibile risolverlo: si verifica sia quando nel CBL e su Wikipedia ci sono persone diverse con nome identico, sia anche quando non c’è un nome identico e il nome presente nel CBL corrisponde ad una parte di quello presente su Wikipedia. Ad esempio, nel CBL c’è Mario Rossi, in Wikipedia non c’è, ma c’è invece Mario Baciccia Rossi, che è quello che viene recuperato. Talvolta si tratta del nome completo della stessa persona, altre volte invece si tratta di qualcuno che non c’entra.

Sono limiti che derivano principalmente dalla ricerca per nome, che per sua natura non è univoca.

La soluzione sarebbe gestire la corrispondenza tra i cataloghi e wikipedia non tramite il nome ma tramite l’identificativo, cosa per cui Wikipedia ha molto interesse: per molti nomi, anche se non tutti, Wikipedia registra uno o più identificativi (ad esempio per Giuseppe Verdi ce ne sono ben sette), tra cui anche il VID assegnato in SBN.

Con gli identificativi errori di questo genere non ce ne sarebbero, perché si vedrebbe che gli omonimi non hanno lo stesso identificativo: anche noi però dovremmo modificare il programma in modo da utilizzarli per la ricerca, una cosa che in questo momento non possiamo fare per mancanza di risorse economiche.

La logica di funzionamento del programma potrebbe essere la seguente: recupera il nome con lo stesso identificativo; se non trovi l’identificativo, cerca il nome, ma recuperalo solo se è privo di identificativo (se c’è lo stesso nome con identificativo diverso si presume che si tratti di un omonimo).

Attualmente SBN, a differenza di Wikipedia, gestisce un solo tipo di identificativo autore, cioè il VID, cosa che limiterebbe l’efficacia della ricerca. Per questo e per altri scopi sarebbe utile poterne trattare anche altri, quanto meno quello del VIAF (http://www.viaf.org/) , speriamo che presto sia possibile.