Trascinamento legami autore

Con la versione di SbnWeb del 19 maggio 2015 è stata introdotta una funzionalità molto utile, che era stata proposta anche dal nostro polo (certamente insieme a molti altri):

evolutiva: introduzione nel “vai a” da analitica titolo di una nuova funzione che consentirà la replica dei legami autore dal documento radice ai titoli inferiori (N, W, M) e ai titoli uniformi (A)

In questo modo si  evita che quando più titoli dello stesso reticolo condividono uno o più legami autori, come necessariamente succede tra titolo proprio e titolo uniforme, si debbano rifare a mano gli stessi legami con perdita di tempo e rischio di sbagliare.

Il modo con cui è stata implementata questa funzionalità però potrebbe non essere chiaro a prima vista perché si potrebbe pensare che essa sia accessibile dalla gestione del titolo, invece – nel Vai a – bisogna selezionare con la checkbox (il quadratino) i titoli su cui si vuole replicare il legame, e poi scegliere l’autore da trascinare: nel menu collegato all’autore si troverà la relativa voce. Una volta data conferma, viene proposta una schermata coi dati del legame che si sta creando, nella quale si può dare la conferma definitiva oppure annullare l’operazione.

Si intende che dal punto di vista catalografico non è cambiato niente a proposito nei criteri per l’attribuzione dei legami, quindi bisogna sempre valutare attentamente quali tra i legami della manifestazione si applicano anche all’opera o ad altri tipi di titolo.

Codice EAN e UPC

Il Manuale SBN musica a p. 46-47 cita, tra i numeri standard applicabili al materiale musicale, soprattutto alle registrazioni i codici EAN e UPC (che sono codici identificativi dei prodotti nati non in ambito bibliografico ma commerciale e industriale, ed infatti si applicano a prodotti di ogni genere) senza ulteriormente distinguerli tra loro . Di solito, per quello che ci interessa, si trovano su registrazioni musicali e video.

In realtà però SBN prevede questi due codici come tipi diversi di numero standard, quindi a volte possono sorgere dubbi su quale sia il tipo appropriato se questa informazione non risulta chiara dal documento.

Una rapida ricerca su Internet mostra alcuni riferimenti interessanti sull’argomento, ad esempio questi:

https://it.wikipedia.org/wiki/European_Article_Number http://codiceabarra.it/differenza-codici-ean-13-e-upc-a/
http://www.gs1.org/barcodes/ean-upc

da cui risulta che il codice EAN ha 13 caratteri mentre UPC ne ha 12. Questo quindi dovrebbe essere un elemento che permette di distinguere facilmente i due codici, ed inoltre non dovrebbe essere possibile inserire l’EAN al posto dell’UPC  e viceversa perché il numero di caratteri non sarebbe valido. Se invece SbnWeb facesse un controllo solo sulla lunghezza del codice in rapporto al campo, sarebbe impossibile inserire l’EAN come UPC, perché è più lungo, ma non il contrario, perché UPC, essendo più breve, non supera la lunghezza massima ammessa.

Un’altra informazione che può essere utile conoscere è che EAN e usato in Europa e Giappone (dove prende il nome di JAN), UPC negli Stati Uniti.

Se qualche catalogatore ha maggiore esperienza con questi codici ed ha trovato qualcosa di interessante ce lo racconti.

Un soggetto secondo il Nuovo Soggettario

Mi hanno chiesto un parere su un soggetto formulato secondo il Nuovo Soggettario, e ho pensato di riportarlo anche qui perché può servire a ripassare un po’ l’argomento.

Il soggetto è:

Markevitch, Igor – Ruolo [nel] caso Moro

(Igor Markevitch era un famoso direttore d’orchestra di cui si dice, non so se con fondamento o no, che abbia collaborato alla prigionia di Moro).

Questo soggetto a mio parere non è corretto.

Il motivo è che Markevitch è colui che sarebbe stato attivo nel caso Moro, che è l’oggetto della sua attività, per cui la stringa viola il principio della dipendenza dall’oggetto/meta (detto anche della costruzione passiva), in base al quale assume la prima posizione l’entità che costituisce l’oggetto o termine dell’azione.

La formulazione corretta è quindi:

Caso Moro – Ruolo [di] Markevitch, Igor

Casa editrice online

Mi hanno posto un quesito catalografico che può interessare anche ad altri:

Se una casa editrice non ha una sede fisica, ma solo un sito internet e non risulta nulla dal libro cartaceo o risulta solo luogo e nome dello stampatore, o a maggior ragione se la casa opera solo online vendendo ebook e quindi non c’è neppure lo stampatore, che cosa si mette come luogo di pubblicazione?

A mio parere rientriamo semplicemenre nella casistica generale della mancanza di luogo, di cui si tratta in REICAT 4.4.1.4.

La norma infatti indica come comportarsi se il luogo manca, indipendentemente dal perché manca.

Ovviamente se il luogo è desumibile da fonti esterne (ad esempio, non è sulla pubblicazione ma è sul sito dell’editore) si riporta tra quadre sempre secondo i criteri generali.

La bozza della nuova Guida alla catalogazione non dà indicazioni diverse.

La Guida SBN musica, paragrafo M4A5, aggiunge questa osservazione:

Per le registrazioni sonore.  Il luogo di pubblicazione non è quasi mai presente perché la maggioranza delle etichette discografiche e delle case di produzione sono imprese multinazionali

Non è però una norma ma una constatazione, se il luogo di fatto è presente o accertabile si trascrive normalmente. In realtà, l’indicazione del luogo sulla pubblicazione per le registrazioni audio non è molto frequente, ma la sede dell’editore può essere accertabile da fonti esterne, a cominciare dal sito ufficiale, anche perché non tutte le etichette discografiche sono multinazionali.

Quesiti ripassando le REICAT

Un bibliotecario ha posto alcuni quesiti sulle REICAT, a cui ho cercato di rispondere nel modo migliore che potevo. Mi sembra interessante condividere qui domande e risposte.

Nel capitolo 14 le REICAT evitano già nella definizione (14.1.1.) di prendere posizione sulla manifestazione,  trattandola al massimo come trattamento “alternativo” (14.2.5.) e insistono sulle espressioni di un’opera, che hanno poca “agibilità” catalografica.

Perché il principio seguito dalle REICAT è che ogni responsabilità andrebbe legata al livello corrispondente: gli autori o collaboratori dell’opera al t.u., i responsabili dell’espressione (es. traduttore) al titolo dell’espressione, se previsto, le responsabilità per la manifestazione – che a questo punto sarebbero casi marginali, ad esempio il curatore di una particolare edizione che non si configuri come espressione distinta, oppure gli enti citati sulla fonte primaria senza che sia chiaro il loro legame con l’opera – andrebbero collegate al titolo proprio.

Questo è perfettamente logico, ma per adesso non è ancora realizzabile per motivi pratici. Infatti legare gli autori dell’opera al solo t.u. e non al titolo proprio sarebbe possibile, ma poi questi autori non si vedrebbero negli opac, che quasi mai visualizzano gli autori legati al t.u. anche perché l’unimarc non prevede ancora questo dato (anzi, quasi mai gli opac visualizzano una scheda per il t.u., ma lo usano solo per la ricerca del titoli collegati).

Inoltre sarebbe una prassi tanto diversa da quella abituale che non potrebbe certo adottarla un singolo catalogatore di sua iniziativa in assenza di una indicazione ufficiale.

Il titolo dell’espressione sarebbe piuttosto complicato da gestire perché richiederebbe un ulteriore livello di legami (da t.u. al titolo dell’espressione e da questo al titolo della manifestazione), e infatti in SBN non è previsto e le relative responsabilità sono associate alla manifestazione.

è corretto dire che i tipi di responsabilità (14.2.4.) corrispondono ai codici di relazione di SBN Web?

Sì. La codifica dei tipi di responsabilità usata in SBN è quella prevista da Unimarc (relator codes).

è corretto dire che le REICAT sono obbligatorie nella scelta del nome (15.1.) e per gli elementi del nome (15.2.) ma non per l’ordinamento, le qualificazioni, rinvii e richiami, per i quali vale la sintassi della seconda parte della Guida SBN (si preferira Ioannes Paulus <papa. ; 1>)? E la medesima cosa si può dire per le intestazioni uniformi per gli enti (capitolo 16) e la responsabilità materiale (capitolo 19).

Più esattamente, ciò che non è obbligatorio nelle REICAT è la punteggiatura, come detto espressamente più volte in nota, l’ordine degli elementi è obbligatorio (non si può mettere l’elemento principale dopo le qualificazioni).

Sull’ordine delle qualificazioni però le REICAT non dicono niente, quindi è chiaro che in SBN si continua a seguire l’ordine previsto dalla Guida.

Da vedere anche la circolare ICCU del febbraio 2010, che per quanto riguarda la forma delle intestazioni, a parte punteggiatura e ordine delle qualificazioni, dà generalmente l’indicazione di seguire le REICAT.

Limitatamente ai testi a stampa, si può dire che le responsabilità per particolari espressioni (capitolo 18) va considerata in SBN come responsabilità secondaria a livello di pubblicazione?

Sì, perché in SBN non c’è il titolo per l’espressione e non si tratta di una responsabilità per l’opera.

Per il traduttore sono indicati quattro casi precisi nei quali deve essere assegnata la responsabilità al traduttore anche se assente sul     frontespizio. È una norma obbligatoria anche per il catalogatore SBN, come anche negli altri casi prospettati (18.5.) o il catalogatore ha margini  di decisione sull’opportunita o meno di creare il legame?

La norma è obbligatoria anche in SBN, perché l’ICCU non ha dato indicazioni diverse, anche se probabilmente alcuni di questi casi di obbligatorietà, che forse sono anche troppi, non se li ricorda quasi nessuno.

Quale Linux per SBN?

Un bibliotecario mi ha chiesto qual è la migliore versione di Linux per SBN.

In realtà non c’è una versione (o piuttosto una distribuzione) che sia migliore delle altre, perché l’unico requisito è che possa girarci Firefox (ovviamente la versione corrente), quindi vanno bene tutte le distribuzioni, tranne qualche rarissimo caso di distribuzione superminimale o per server che non ha l’interfaccia grafica installata di default.

In pratica quindi, lasciando da parte le distribuzioni specializzate (ad esempio per router, per test di sicurezza, per recupero dati ecc.), che difficilmente a qualcuno verrebbe in mente di installare su un computer destinato ad SBN, le scelte possono essere:

  • sui computer recenti usare una delle distribuzioni principali: Ubuntu, Mint, Debian, Mageia, Fedora, Slackware, Opensuse, PCLinuxOS ecc.
  • sui computer un po’ meno recenti (o anche su quelli recenti, se si preferisce risparmiare comunque le risorse hardware) possono andare bene versioni leggere di una delle distribuzioni citate sopra, in particolare Xubuntu e Lubuntu; Xubuntu ha una interfaccia (XFCE) che è meno spettacolare di altre ma fornisce una esperienza sostanzialmente omogenea a ciò a cui siamo abituati, e lo stesso sostanzialmente vale la LXDE usata da Lubuntu, ancora più leggera e molto piacevole a vedersi.
  • per i computer piuttosto antiquati ci sono apposite distribuzioni leggere, di cui attualmente la principale è forse Puppy Linux.

Da tenere presente che generalmente Linux è meno pesante di Windows (poi dipende da quello che uno installa e vuole fare), quindi un computer che ha prestazioni modeste con Windows 8 sarà molto più veloce con Linux, anche con una distribuzione pesante.

Evitare di installare versioni vecchie, anche se più leggere, perché non sono aggiornate come sicurezza e possono anche avere dei problemi coi programmi precedenti.

Vedere anche il sito Distrowatch, grande panoramica delle distribuzioni Linux.

Appunti su consistenza, collocazioni e inventari

I dubbi espressi da un catalogatore mi hanno dato l’occasione per mettere insieme alcuni piccoli appunti su consistenza, collocazioni e inventari che ho pensato di condividere qui perché potrebbero essere utili anche ad altri, soprattutto i meno esperti.

Ogni tanto sorgono incertezze sulla consistenza, a proposito della quale il punto fondamentale è che si tratta di un attributo della collocazione, non dell’inventario (unità fisica). Pertanto cosa si debba mettere in consistenza dipende dal titolo a cui è associata la collocazione.

Se è associata al titolo particolare di solito contiene solo un volume (o altro tipo di unità fisica, per esempio CD, DVD ecc.) e si scrive 1 v. o altra espressione appropriata. C’è anche qualche caso diverso meno frequente, ad esempio più copie di un libro messe sotto la stessa collocazione: in questo caso si darà un’indicazione come 3 copie.

Se la collocazione è associata ad un titolo superiore (come una monografia superiore o un periodico) si mette la consistenza analitica di ciò che si colloca sotto quel titolo, ad esempio:

vol. 1-7

vol. 1,3, 5-7 [significa che mancano i volumi 2 e 4]

vol. 1-2, 3 (2 copie), 4 (3 copie), 5-7

vol. 1-3, 5 (2 copie), 6-8 [significa che manca il volume 4 ma il 5 è presente in due copie]

Non basta indicare il numero complessivo dei volumi, perché non è un dato abbastanza preciso: 7 v. potrebbero essere i volumi dall’1 al 7 o sette copie dello stesso volume o molte altre combinazioni ancora.

La consistenza non è da confondere con indicazioni come v. 1, v. 2 o simili che si inseriscono nella nota all’esemplare. Si tratta di indicazioni sul volume particolare che possono essere molto importanti soprattutto se non si fa la catalogazione a livelli, perché senza queste indicazioni non si capirebbe a cosa corrisponde il singolo inventario, e ciò tra l’altro creerebbe problemi nella gestione del servizi (si rischierebbe di non sapere bene, ad esempio, che cosa si sta dando in prestito).

Se quindi dovessero venire ridimensionati i W aumenterebbe molto l’importanza di questa nota.

Il numero di sequenza non c’entra con la consistenza, ma semmai fa parte della collocazione. La sequenza indica in quale posizione è collocato quel particolare volume, per cui:

  • se il documento reca una numerazione, corrisponde alla numerazione (a meno che per qualche motivo non si voglia collocare in ordine diverso, cosa che però generalmente mi sembra sconsigliabile)
  • se non c’è una numerazione ma c’è un evidente ordine delle unità (ad esempio cronologico, tematico ecc.) corrisponde a quell’ordine, anche qui salvo eccezioni come detto al punto precedente
  • se non c’è nessun tipo di ordine che risulta dalla pubblicazione decide il bibliotecario in che ordine  collocare le unità e assegna un numero di sequenza corrispondente

Attenzione a non confondere il numero di sequenza con la designazione delle unità o parti di cui al paragrafo 5.2.0.3 delle REICAT, dato che fa parte della descrizione e può anche mancare, mentre il numero di sequenza dovrebbe sempre essere presente, visto che le unità normalmente vengono collocate in un ordine determinato (non determinarlo mi sembra poco opportuno perché può creare confusione, soprattutto se le unità sono molte).

Se la collocazione è sul titolo superiore è normale correggere la consistenza per  aggiungere nuove unità non possedute al momento della collocazione iniziale, perché è evidente che se tali unità non erano possedute non potevano essere indicate nella consistenza, anche se ne fosse stata già prevista l’acquisizione, che registra uno stato di fatto e non una previsione.

A differenza della collocazione, l’inventario è sempre associato con l’unità fisica, per cui quando la collocazione è sul titolo superiore l’inventario non è legato a tale titolo ma alle unità subordinate, se descritte singolarmente.

Naturalmente gli inventari si attaccano al livello superiore se le unità non sono descritte singolarmente, cosa che attualmente è ammessa in alcuni casi con la musica e quando si recupera da scheda, senza libro in mano, se la scheda non contiene i dati delle singole unità. Vedremo se la nuova Guida allargherà questi casi.

La nozione di unità fisica ai fini dell’inventariazione non va sempre intesa in senso letterale, ma interpretata nel contesto del documento che si tratta: ad esempio, normalmente si assegna un unico inventario ad un libro con un allegato, all’annata di un periodico anche se comprende molti fascicoli e a volte anche a confanetti con registrazioni musicali di contenuto omogeneo, come un’opera lirica suddivisa in più CD.

Attenzione: la consistenza si riferisce alla collocazione a cui è associata, non necessariamente a tutto ciò che la biblioteca possiede di una certa edizione. Ad esempio, se dell’edizione in più volumi sono possedute due copie, queste possono essere collocate in modo indipendente, per cui ogni collocazione avrà la consistenza della rispettiva copia. Oppure: se di un particolare volume si possiede una seconda copia, questa può essere collocata insieme alle altre, e allora rientrerà nella consistenza di quella collocazione, o a parte, e allora ci sarà una consistenza per quella collocazione.

Titolo uniforme dei periodici

Il titolo uniforme dei periodici è un argomento che sembra ad alcuni un po’ misterioso, anche perché in realtà non c’è niente di particolare da dire.

Le REICAT non danno specifiche indicazioni, il che vuol dire – almeno in attesa di vedere che cosa prevederà la nuova Guida alla catalogazione in SBN – che quel titolo uniforme si tratta come tutti gli altri, ossia si lega a tutte le manifestazioni del periodico inteso come opera, e quindi evidentemente a tutte le edizioni del periodico sotto qualsiasi forma, ad esempio a stampa o elettroniche, e alle ristampe in forma di monografia, anche se avessero un titolo diverso.

In base alla Guida SBN del 1995 (p. 171) il titolo uniforme del periodico corrisponde al titolo chiave ISDS, assegnato dall’International Serials Data System, che attualmente si identifica con l’ISSN International Center. Lo scopo di questo titolo infatti è proprio quello di identificare univocamente un periodico. Dalla Guida risulterebbe anche che questo è l’unico titolo uniforme applicabile ai periodici, perché nel capitolo sul Titolo di raggruppamento (p. 172) non viene citato il legame S9A. Tuttavia oggi, nel contesto delle REICAT che non prevedono questo limite, tale previsione mi sembra decisamente superata (salvo vedere che cosa dirà in merito la nuova guida).

Poiché il titolo può variare nel corso della vita del periodico, bisogna cercare di capire, nei limiti del possibile, quale sia quello più rappresentativo e non senz’altro prendere quello del numero che si ha in mano, che potrebbe essere una variante raramente utilizzata. Se c’è un dubbio serio è meglio non creare il t.u.

Soggetti tra vecchio e nuovo soggettario

Il fatto che sia possibile utilizzare liberamente sia il vecchio che il nuovo soggettario, anche con la stessa pubblicazione, ha fatto sorgere in qualcuno delle incertezze, che in questo articolo proviamo a dissipare o almeno ad alleggerire.

Innanzitutto la biblioteca deve decidere se usare il vecchio soggettario (cioè il Soggettario di Firenze del 1956 con relativi aggiornamenti, usciti fino al 1998) oppure il Nuovo soggettario.

Non c’è dubbio che ormai dovrebbe essere usato il nuovo, anche perché il vecchio non viene più aggiornato, cosa che però presuppone un adeguato studio, perché mentre il vecchio soggettario era una lista di soggetti le cui regole erano in gran parte implicite, il nuovo consiste in un tesauro (vocabolario controllato) di descrittori associato ad un insieme di regole per la formulazione dei soggetti. Queste regole evidentemente devono essere ben conosciute dal catalogatore che vuole utilizzare il Nuovo soggettario (un piccolo aiuto si può trovare in questa sintesi dei concetti principali, che ovviamente non sostituisce la lettura del testo originale).

Posto che la biblioteca abbia preso la sua decisione, deve tenere conto della particolare gestione (un po’ artificiosa, a mio parere) che è stata adottata in SBN e che prevede un unico codice di soggettario (SBN) con tre codici di edizione:

  • I = Soggettario 1956
  • N = Nuovo soggettario
  • E = soggetto uguale nel vecchio e nel nuovo soggettario

anche se il nuovo e il vecchio soggettario non sono edizioni dello stesso soggettario, ma sono liguaggi di indicizzazione diversi.

Come si comprende facilmente, quindi, non sono ammessi due soggetti identici, uno col codice del nuovo e uno con quello del vecchio soggettario (il programma non permette neppure di inserirli), perché in questi casi bisogna invece creare un unico soggetto col codice E.

Nulla vieta invece che ad uno stesso titolo siano legati sia soggetti del vecchio che del nuovo soggettario.

Premesso questo, abbiamo i seguenti casi.

Se si usa il Nuovo Soggettario:

  •  il soggetto non esiste del tutto: si inserisce come Nuovo soggettario o come E se si sa che è uguale al soggetto del vecchio soggettario
  •  il soggetto è stato registrato come vecchio soggettario ma è identico a quello previsto dal nuovo: si lega e poi si modifica il codice di edizione in Tutte (se non si ha l’autorità per farlo si lascia com’è ma non se ne crea uno nuovo)
  • esiste un soggetto del vecchio soggettario diverso da quello richiesto dal nuovo: non si usa, ma se ne crea uno col codice del nuovo soggettario, o si lega se esiste già (oppure, se si vuole: si lega il soggetto del vecchio soggettario, ma poi si lega anche quello de nuovo)

Mi sembra invece del tutto inutile continuare a creare soggetti del vecchio soggettario, mentre se si vuole si possono catturare quelli legati in indice, visto che l’operazione è semplice e veloce. Ovviamente non si cancellano quelli che si trovassero già legati in polo!

Se si usa ancora il soggettario del 1956:

bisogna evitare di creare soggetti col codice del nuovo soggettario, ed eventualmente crearli col codice del vecchio. Se però si trovano soggetti del nuovo è meglio usare quelli.

Ricerca titoli brevi

Qualcuno può essersi trovato in imbarazzo nella ricerca di titoli molto brevi, di lunghezza inferiore a tre caratteri (che sono rari ma non eccezionali, basti pensare al celebre Q), perché SbnWeb in quel caso rifiuta di effettuare la ricerca.

La soluzione è molto semplice: basta impostare la ricerca per titolo completo, anziché per la sola parte iniziale, cliccando l’apposita checkbox sulla destra del campo titolo nella schermata di ricerca.

Manutenzione software indice ed SbnWeb

Desta più di una perplessità la gara per la manutenzione del software dell’Indice e di SbnWeb bandita dall’ICCU, i cui termini si sono chiusi nei giorni scorsi (tutta la documentazione qui), servizio la cui importanza fondamentale è palese a tutti.

Avendo qualche esperienza anch’io di redazione di capitolati devo dire che farne uno assolutamente perfetto sotto qualunque aspetto e in ogni minimo dettaglio è quanto meno difficile, e realizzare questo lo era in particolare, trattandosi di un contratto di manutenzione di software che per sua natura non può specificare i singoli interventi di sviluppo richiesti.

Tuttavia mi sembra lecito dire il punto critico è l’importo a base d’asta (€ 600.000 IVA esclusa per un contratto di un anno) che sembra particolarmente alto, e forse troppo alto, se si considera che il capitolato non comprende la gestione del CED indice e ha per oggetto interventi su due prodotti non perfetti ma sostanzialmente stabili e che non si prevede certo di rivoltare a gambe all’aria. E’ ovvio che stabilire una base d’asta troppo alta in una gara rischia di impedire di ottenere i risultati più vantaggiosi sotto il profilo economico.

Ciò vale a maggior ragione se si esaminano i dettagli di quanto è stato previsto per l’offerta economica, per la quale si assegnano solo 20 punti sui 100 totali previsti. Sicuramente è giusto non fare le gare solo sul ribasso e puntare sulla qualità ma in questo caso c’è da chiedersi se non si cada nell’eccesso opposto: 20 punti su 100 non saranno troppo pochi?

Un altro punto piuttosto critico sono le condizioni alle quali le ditte interessate possono prendere visione del software (che, ricordiamo, è un freeware distribuito sotto licenza proprietaria, come spiegato in questo articolo): non possono avere copia del software, neppure parziale, ma possono solo prenderne visione presso l’ICCU. Questa disposizione così restrittiva finisce per avvantaggiare la ditta che ha attualmente in carico la manutenzione (Almaviva) e che per forza di cose il software lo conosce già meglio di tutti. In una gara del genere è inevitabile che il precedente fornitore si trovi in qualche misura avvantaggiato, ma il bando dovrebbe contenere delle previsioni che riducano al minimo questo vantaggio, mentre in questo caso sembra che ciò non avvenga.

Perplessità sembrano emergere anche dai dettagli per l’attribuzione dei punteggi: una formula che il Regolamento di applicazione del Codice dei contratti prevede per il calcolo dei coefficienti per l’attribuzione del punteggio pare utilizzata nel disciplinare di gara per calcolare direttamente il punteggio, che per le caratteristiche della formula non potrebbe essere superiore ad 1. La discrepanza con la previsione dei 20 punti per l’offerta economica sembra però un po’ troppo grossolana, quindi forse si tratta solo di un problema interpretativo magari favorito da una formulazione non ottimale del testo, per cui – in assenza di elementi più chiari – non è il caso di insistere su questo punto.

Titoli di natura R (raccolte fattizie)

Da qualche tempo in SbnWeb è possibile trattare le cosiddette raccolte fattizie.

Citando dalla documentazione del programma:

E’ stata implementata la gestione della Raccolta fattizia con definizione di una  nuova natura ‘R’, con gestione e visibilità nel reticolo per la sola biblioteca che l’ha creata e caratteristiche analoghe a quelle di un titolo di collocazione cui è possibile legare (M1R) documenti condivisi o solo locali.

Si tratta delle raccolte non pubblicate di cui al paragrafo 6.0.5 delle REICAT (che non usano l’espressione raccolte fattizie), che le definiscono come

collezioni di qualsiasi genere (purché realizzate in un unico esemplare o comunque non pubblicate nel loro insieme) di documenti non pubblicati e/o pubblicati, sia non descritti individualmente sia descritti individualmente

Esempi di queste raccolte potrebbero essere: faldoni con ritagli di giornale su qualche tematica (di interesse locale, o riguardanti le attività e le vicende della biblioteca ecc. ecc.), album con cartoline o fotografie, “assembleggi” di contenuti diversi, preesistenti e non, per realizzare una narrazione o comunque un’opera unitaria e molte altre cose.

La bozza della nuova Guida alla catalogazione in SBN di ottobre 2013 non cita ancora questa natura R, non so se si prevede di integrarla o se si tratti di una soluzione concepita come puramente locale o addirittura limitata ad SbnWeb. Io spero che l’argomento venga inserito nella guida per assicurare uniformità di trattamento e supportare eventuale sviluppi futuri.

Come si capisce facilmente infatti la soluzione adottata è veramente minimale: i titoli R non solo non vanno in indice, ma anche in polo sono visibili solo alla biblioteca che li ha creati, e per di più abbiamo verificato che non vengono esportati in Unimarc e di conseguenza non vanno in opac.

La loro utilità quindi è estremamente limitata perché non sono visibili né dal pubblico né dalle altre biblioteche, ma possono usarli, per darne informazione agli utenti, solo i bibliotecari della biblioteca che li ha creati.

Questo è un peccato, perché si tratta di documenti di difficile reperimento, per cui bisognerebbe fare in modo da farli conoscere il più possibile (anzi, secondo me dovrebbero andare anche in indice proprio per questo motivo, anche se non servono per essere catturati trattandosi quasi sempre di pezzi unici).

Non ho notizie certe in merito, ma penso che questo criterio così restrittivo sia stato adottato per risolvere un problema non banale che questi titoli pongono: essi possono essere legati ai componenti della raccolta, i quali a loro volta possono essere anche documenti pubblicati. Se si creasse un legame secondo i criteri normali, quei documenti pubblicati apparirebbero sempre come parte della raccolta, quando invece questo riguarda solo qualche particolare copia.

La vera soluzione sarebbe collegare il legame alla copia, come avviene coi possessori, oppure mantenerlo in gestione bibliografica ma distinguerlo con opportuni attributi. Questo avrebbe richiesto interventi di sviluppo di un certo peso, quindi si può pensare che limitare la visibilità del titolo sia risultata una soluzione più rapida e meno costosa. Non so però, non avendo ancora verificato nella pratica, come la biblioteca interessata vede questi legami.

Le REICAT prevedono anche la possibilità di fare una descrizione a livelli per eventuali suddivisioni interne della raccolta non pubblicata, ma per ora in SBN questo non è possibile perché richiederebbe un legame R51R o R1R che non è previsto.

Comunque è un fatto positivo che almeno ora sia stato espressamente previsto questo tipo di documenti, ed è certamente opportuno sfruttare questa possibilità inserendo i relativi dati, che forse in futuro potranno avere un uso più ampio di quello che hanno ora. Assolutamente da evitare è invece, per motivi che dovrebbero essere evidenti per tutti, ignorare la natura R e catalogare le raccolte non pubblicate come M.

In polo ci sono finora solo 3 titoli R (più altri cancellati), privi di posseduto e forse creati per prova o per errore (la descrizione contiene pochi dati, e almeno un paio di questi titoli sembrerebbero riferirsi a collane, cosa che non sarebbe ammissibile in alcun modo).

Licenza d’uso di SbnWeb

Sul sito dell’ICCU è stata pubblicata (non so esattamente quando perché l’ICCU non ha dato alcuna pubblicità alla cosa, ma certamente negli ultimi mesi) l’attesa licenza d’uso di SbnWeb, che si trova qui:

http://www.iccu.sbn.it/opencms/export/sites/iccu/documenti/2013/sbnweb_licenza_v1.pdf

Il documento è piuttosto lungo, ma le cose veramente importanti si trovano nell’art. 3.

Come qualcuno sa, negli anni scorsi si era spesso parlato di un rilascio sotto licenza libera, e invece ora è stata scelta una licenza proprietaria particolarmente restrittiva, che non solo impedisce – senza l’autorizzazione dell’ICCU, titolare dei diritti – la distribuzione del programma e della documentazione, ma addirittura la

diffusione […] della conoscenza dell’applicativo

Sembrerebbe però ancora lecito dire in pubblico che esiste SbnWeb, visto che l’ICCU stesso pubblica la notizia sul suo sito …

Inoltre (cosa questa già nota in precedenza, si veda questo documento) l’ICCU si riserva il diritto di controllare anche le attività didattiche, poiché la licenza prevede che

I soggetti pubblici e privati che si propongano di organizzare ed erogare presentazioni del software, oppure attività di tipo didattico, dovranno concordare con l’ICCU il contesto, i contenuti e le modalità organizzative delle iniziative previste

Curioso poi che la licenza preveda anche alcune procedure (test di integrazione a cura dell’ICCU per inserire le funzionalità nell’applicativo ufficiale) per il caso in cui gli utilizzatori vogliano effettuare sviluppi a proprie spese,  che si adatterebbero anche ad un progetto libero, anche se viene vietata la distribuzione di versioni personalizzate non approvate dall’ICCU (non è chiaro se chi le ha sviluppate possa utilizzarle per sé).

Ovviamente non si discute la facoltà dell’ICCU di imporre dei test di compatibilità con l’indice per le procedure che coinvolgono quest’ultimo, cosa che non ha a che fare con la licenza del software ma con la gestione dell’indice.

Invece dell’atteso software libero abbiamo quindi un freeware (la gratuità viene esplicitamente prevista) con una licenza proprietaria delle più discutibili.

Si tratta di una scelta molto deludente, di cui non mi pare che siano state rese note le motivazioni. Sarebbe interessante sapere quale disegno per lo sviluppo di SBN stia dietro a questa scelta.

Si intende che nell’immediato questa licenza non cambia niente per gli utilizzatori: noi e tutti gli altri poli che lo hanno adottato abbiamo ricevuto il software dall’ICCU e continuiamo ad utilizzarlo a titolo gratuito come prevede la licenza. Così pure è ovvio che il giudizio negativo sulla licenza non cambia quello in complesso positivo sul software in sé.

Al momento, per quanto a mia conoscenza, l’unico software libero certificato Sbnmarc (e quindi in grado di lavorare in indice)  è ClavisNG della Comperio, rilasciato sotto la GNU Affero GPL v. 3. Non saprei dire quali siano le prospettive realistiche che se ne aggiungano altri: il candidato più interessate sarebbe certamente Koha, ma bisogna che qualcuno decida di assumersi l’onere dello sviluppo, tutt’altro che impossibile ma neppure banale.

Nuova bozza della Guida alla catalogazione SBN

Nell’ottobre 2013 l’ICCU ha pubblicato un ulteriore draft della nuova Guida alla catalogazione in SBN, che si trova qui:

http://www.iccu.sbn.it/opencms/export/sites/iccu/documenti/2013/Guida_SBN_con_esempi/GUIDA_SBN_ottobre_2013.pdf

Rispetto alla bozza precedente è stato aggiunto il trattamento dei periodici, mentre manca ancora la parte più attesa, cioè quella sui legami. In particolare, non è ancora possibile sapere quale uso avranno i titoli T, che sembravano destinare a sparire in base alle circolari ICCU del 2010, non sono più previsti dalla nuova Guida alla catalogazione della musica (pubblicata nel 2012 in versione definitiva) mentre in queste bozze della Guida generale sono ancora presenti.

 

Scarico inventariale

Ci sono a volte equivoci sulla natura dello scarico inventariale, che viene visto come più o meno equivalente alla cancellazione dell’inventario.

In realtà lo scarico inventariale ha un significato diverso: esso non cancella l’inventario, ma lo pone allo stato dismesso con registrazione della relativa causale (smarrito, trasferito ad altra biblioteca, etc.).

Un inventario non dismesso ma cancellato, (ad es. quando l’ho erroneamente attribuito ad un titolo, ci ritorno e uso Cancella inventario), si può riutilizzare, legandolo ad un altro titolo. Con lo scarico inventariale, invece, l’inventario non viene cancellato, ma continua ad essere presente, legato al titolo e stampato nel registro d’ingresso con la sua nota di dismesso (ai tempi delle matite, si usava segnalarli in rosso).

Di qui si capisce che lo scarico inventariale è concepito non come una semplice operazione di modifica dei dati, ma come un intervento su scritture patrimoniali che non si possono correggere e ricorreggere come si vuole, e nelle quali deve rimanere traccia delle modifiche effettuate.

Questo in particolare ha due conseguenze di rilievo:

  1. un titolo legato ad un inventario dismesso non può essere cancellato; infatti se lo fosse l’inventario non si riferirebbe più ad alcun titolo, e verrebbe quindi compromessa l’integrità del registro di ingresso
  2. se la pubblicazione il cui inventario era stato dismesso viene ritrovata, non si può riassegnarle lo stesso inventario ma bisogna assegnarne uno nuovo

La scelta tra cancellazione e scarico dipende dalla biblioteca, l’importante però è che sia mantenuta l’integrità formale e sostanziale del registro d’ingresso, ossia il registro deve riflettere fedelmente la situazione del patrimonio ed essere compilato anche correttamente secondo le regole che l’ente adotta per la sua gestione patrimoniale (questo aspetto vale specialmente per gli enti pubblici).

Particolare attenzione è necessaria quando il registro d’ingresso realizzato in SBN, o la stampa derivata da esso, non è solo un documento interno alla biblioteca, ma ha anche formalmente il ruolo di scrittura patrimoniale dell’ente.